
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito
nell'umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
poesia di Umberto Saba da Trieste e una donna (1910)
Aggiunto di Simona Enache
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L'ultimo brindisi
Bevo alla casa devastata,
alla mia cattiva vita,
alla solitudine in due
e a te; alla menzogna
delle labbra che mi tradirono,
al morto gelo degli occhi,
al mondo sguaiato e crudele,
al Dio che non ci ha salvati.
poesia di Anna Ahmatova
Aggiunto di Simona Enache
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È la 'scoperta dello spazio interiore' di una donna che cerca di abbinare l'amore alla libertà, la fantasia alla sicurezza, l'emancipazione alla femminilità: vere e proprie quadrature del cerchio della vita.
Sandra Artom in Una spia nella casa dell'amore (nota di copertina)
Aggiunto di Simona Enache
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Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un'erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un'aria strana, un'aria tormentosa,
l'aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
poesia di Umberto Saba da Trieste e una donna (1910)
Aggiunto di Simona Enache
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Un medico alienista raccontava che un giorno, d'estate, uscendo dall'ospizio, i pazzi l'accompagnarono fino alla porta di strada. - Venite in città con me! Egli disse loro. I malati acconsentirono, ed una piccola brigata lo seguì. Ma più essi andavano innanzi nella strada in mezzo al libero movimento degli uomini sani, maggiormente s'intimidivano e si stringevano intorno al medico. Finalmente, essi domandarono tutti di tornare all'ospizio, al loro modo di vivere insensato, ma abituale, al loro custode, alle battiture, alla camicia di forza, alle celle. Allo stesso modo si stringono e vogliono tornare al loro antico modo di vivere... gli uomini che il cristianesimo chiama alla libertà, alla vita dell'avvenire, libera e razionale.
Lev Tolstoi in Il regno di Dio è in voi
Aggiunto di Simona Enache
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Oh, Poeta
Oh, poeta, la sera s'avvicina;
i tuoi capelli diventano grigi.
Nel tuo meditare solitario
odi il messaggio dell'aldilà?
"E' sera", rispose il poeta,
"e sto in ascolto perché dal villaggio
qualcuno potrebbe chiamarmi,
sebbene l'ora sia tarda.
Osservo se i giovani cuori vagabondi
s'incontrano, e due paia d'occhi supplicanti
chiedono che la mia musica
rompa il loro silenzio
e parli per loro.
Chi tesserà i loro canti appassionati,
se io siedo sulla riva della vita
contemplando la morte e l'aldilà?"
"Già tramonta la stella della sera.
Il fuoco d'una pira funeraria
muore lentamente
presso il fiume silenzioso.
Dal cortile d'una casa deserta
gli sciacalli urlano in coro
alla luce della luna sfinita.
Se un viandante, lasciando la casa,
viene qui a contemplare la notte
e ad ascoltare a testa china
il mormorio dell'oscurità,
chi gli sussurrerà i segreti della vita
se io, chiudendo le mie porte,
cercassi di liberarmi
dai legami mortali?"
"Poco importa se i miei capelli diventano grigi.
Sono sempre giovane e vecchio
Come il più giovane e il più vecchio
di questo villaggio.
Alcuni hanno negli occhi sorrisi
semplici e dolci,
alcuni un furbesco ammiccare.
Alcuni piangono alla luce del giorno,
altri piangono in segreto nel buio.
Hanno tutti bisogno di me,
e non ho tempo
di rimuginare sull'eternità.
Ho la stessa età di ciascuno,
e cosa importa
se i miei capelli diventano grigi?"
poesia di Rabindranath Tagore
Aggiunto di Simona Enache
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In un universo senza scopo, tutto è uguale e nulla vale la pena di un serio pensiero. Non ci resta che cogliere ciò che preferiamo e sorridere, rendendoci conto che dove non esistono autentiche direzioni l'una vale l'altra. Ed è meglio non cadere nell'assurdo eccitandosi o dandosi alla violenza, alle aberrazioni e ai comportamenti antisociali a causa di qualche illusoria sciocchezza. Nulla è importante, ma forse è più confortevole mantenere la calma e non interferire con gli altri.
H.P. Lovecraft in Lettere dall\'altrove
Aggiunto di Simona Enache
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Quando un uomo e una donna diventano uno...
Ho coperto i miei occhi
con la polvere della tristezza,
finché entrambi furono un mare colmo di perle.
Tutte le lacrime che noi creature versiamo per lui
non sono lacrime,come pensano molti, ma perle...
Mi lamento dell'anima con l'anima,
ma non per lamentarmi: dico solo le cose come stanno.
Il cuore mi dice che è angosciato per lui
ma io non posso che ridere di questi torti immaginari.
Sii giusta, tu che sei la gloria del giusto.
Tu, anima, libera dal "noi" e dall' "io",
spirito sottile in ogni uomo e donna.
Quando un uomo e una donna diventano uno,
quell'uno sei tu.
E quando quell'uno è cancellato, tu sei.
Dove sono questo "noi" e questo "io"?
A lato dell'amato.
Tu hai fatto questo "noi" e questo "io"
perché tu potessi giocare
al gioco del corteggiamento con te stesso,
affinché tutti i "tu" e gli "io" diventino un'anima sola
e infine anneghino nell'amato.
Tutto ciò è vero. Vieni!
Tu che sei la parola creatrice: Sii.
Tu, al di là di qualunque descrizione.
E' possibile per l'occhio fisico vederti?
Può il pensiero comprendere il tuo riso o la tua pena?
Dimmi, è possibile vederti?
Soltanto di cose in prestito vive questo cuore.
Il giardino d'amore è infinitamente verde
e dà molti frutti oltre alla gioia e al dolore.
L'amore è al di là di entrambe le condizioni.
Senza primavera, senza autunno, è sempre nuovo.
poesia di Rumi
Aggiunto di Simona Enache
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Guardo Roma; Ha quasi tremila anni di civiltà , ma scorre come se fosse nuova, apparendo giovane e spensierata come l'acqua quando fa l'acqua. Una città dove l'arte e la cultura predominano più di ogni altra cosa.
Nel complesso, Roma è una città misteriosa. Le antiche rovine da un lato fanno pensare alla gloria dell'Impero Romano, dall'altro colpiscono l'opulenza e la grandezza degli edifici barocchi. E infine, ma non meno importante, rimani rapito dalla velocità e dai ritmi folli della civiltà odierna tradotti nell'enorme numero di turisti in città, inondata di persone, macchine fotografiche e souvenir. Ognuno sceglie la sua Roma, che sia imperiale, barocca o moderna. Ma per tutti la città, un tempo centro del mondo, è un vero e proprio simbolo storico.
Camelia Oprița in libro Muro dei pensieri (Cerchiamo il passato per inventare il futuro) (2000)
Aggiunto di Valeria Marini
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Smettila di cantare
Smettila di cantare i tuoi inni,
di recitare le tue orazioni!
Chi adori in quest'angolo buio
e solitario d'un tempio
le cui porte sono tutte chiuse?
Apri i tuoi occhi e guarda:
non è qui il tuo Dio.
E' là dove l'aratore
ara la dura terra,
dove lo spaccapietre
lavora alla strada.
E' con loro nel sole e nella pioggia,
la sua veste è coperta di polvere.
Levati il manto sacro
e scendi con lui nella polvere.
Liberazione?
Dove credi di poter trovare
liberazione?
li tuo stesso signore
ha preso su di sé lietamente
i legami della creazione -
è legato a noi tutti per sempre.
Lascia le tue meditazioni,
abbandona l'incenso e i tuoi fiori!
Che male c'è se le tue vesti
diventano sporche e stracciate?
Va incontro a lui,
sta presso di lui
nel lavoro e nel sudore della fronte.
poesia di Rabindranath Tagore
Aggiunto di Simona Enache
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L'epoca della procrastinazione, delle mezze misure, del mitigare, degli espedienti inutili, del differire sta giungendo alla fine. Ora stiamo entrando nell'epoca dove ogni azione causa conseguenze.
Winston Churchill in discorso alla House of commons (12 novembre 1936)
Aggiunto di Simona Enache
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Mondo Splendido
Sempre e poi sempre, o vecchio o giovane torno a
avvertire:
una montagna notturna e al balcone una donna
silenziosa,
bianca una strada al chiaro di luna in lieve pendio
e ciò mi lacera il cuore nel petto atterrito di
struggimento.
O mondo ardente, o tu chiara donna al balcone,
cane che abbai nella valle, treno lontano che passi,
come mentite, come atroci ingannate me ancora,
e pur tuttavia voi siete sempre il mio sogno e
delirio più dolce.
Spesso ho tentato la strada per la tremenda
"realtà"
dove hanno valore mode, assessori, leggi, e denaro,
ma solitario mi sono involato, deluso e liberato,
verso là dove sogno e beata follia zampilla.
Afoso vento notturno negli alberi, scura zigana,
mondo ricolmo di nostalgia pazza e profumo di poesia,
mondo splendente, di cui sono schiavo eternamente,
dove a me guizzano i tuoi bagliori, dove riecheggia
per me la tua voce.
poesia di Hermann Hesse
Aggiunto di Simona Enache
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Psyche
O Psyche, tenue più del tenue fumo
ch’esce alla casa, che se più non esce,
la gente dice che la casa è vuota;
più lieve della lieve ombra che il fumo
disegna in terra nel vanire in cielo:
sei prigioniera nella bella casa
d’argilla, o Psyche, e vi sfaccendi dentro,
pur lieve sì che non se n’ode un suono;
ma pur vi sei, nella ben fatta casa,
ché se n’alza il celeste alito al cielo.
E vi sfaccendi dentro e vi sospiri
sempre soletta, ché non hai compagne
altre che voci di cui tu sei l’eco;
ignude voci che con un sussulto
sorgere ammiri su da te, d’un tratto;
voci segrete a cui tu servi, o Psyche.
Intorno alla tua casa, o prigioniera,
pasce le greggi un Essere selvaggio,
bicorne, irsuto; e sui due piè di capro
sempre impennato, come a mezzo un salto.
E tu ne temi, ch’egli là minaccia
impazïente, e sempre ulula e corre;
e spesso guazza nel profondo fiume,
come la pioggia, e spesso crolla il bosco,
al par del vento; e non è mai l’istante
che tu non l’oda o non lo veda, o Psyche,
Pan multiforme. Eppur talvolta ei soffia
dolce così nelle palustri canne,
che tu l’ascolti, o Psyche, con un pianto
sì, ma che è dolce, perché fu già pianto
e perse il tristo nel passar dagli occhi
la prima volta. E tu ripensi a quando
vergine fosti ad un’ignota belva
data per moglie, crudel mostro ignoto.
E sempre al buio tu con lui giacesti
rabbrividendo docile, ed alfine,
vigile nel suo sonno alto di fiera,
accesa la tua piccola lucerna,
guardasti; e quella belva era l’Amore.
E lo sapesti solo allor che sparve,
l’Amore alato. E ne sospiri e l’ami.
E nella casa di ben fatta argilla,
dove sei schiava delle voci ignude,
sempre l’aspetti, che ritorni, e dorma
con te. Tu piangi, quando Pan, la notte,
fa dolcemente sufolar le canne;
piangi d’amore, o solitaria Psyche,
nella tua casa, dove più non tieni
posto, che l’ombra, e non fai più rumore,
che l’alito; e le voci odi che fanno
all’improvviso a te cader dal ciglio
la stilla che non ti volea cadere.
Però che sono e sùbite e severe
le più; ma più di tutte una che sempre
contende e grida, ad ogni tuo sospiro
verso l’alata libertà: "Non devi!"
Quella non t’ama, credi tu; ma un’altra
è, sì, che t’ama, e ti favella a parte
e ti consola, e teco piange, e parla
così sommessa che tu credi a volte
che sia meschina prigioniera anch’ella.
E tu devi, d’un mucchio alto di semi,
far tanti mucchi, e sceverare i grani
d’orzo, i chicchi di miglio, le rotonde
veccie, i bislunghi pippoli di rena.
E come fine polvere di ferro
sparsa per tutto il mucchio è la semenza
dei papaveri. E tu, Psyche, tu gemi
trepida, inerte; e poi con le tue dita
d’aria ti provi, scegli a lungo i semi
del papavero immemore, e in un giorno
tanti ne cogli, quanti appena udresti
cantare nella secca urna d’un fiore.
E piangi, ed ecco vengono le figlie
dell’alma Terra, frugole e succinte,
dalla pineta dove a Pan selvaggio
frangean tra gli aghi dei pinastri il suolo.
Non so chi disse alle operaie nere
di Pan la cosa. Ma si fa d’un tratto
un brulichìo per l’odorata selva;
e sgorgano esse a frotte dai minuti
lor collicelli, mentre Pan nell’ombra
s’addorme al canto delle sue cicale.
E salgono alla casa, onda su onda,
fila incessante di formiche, ed opre
vengono a te; ma prima i grani d’orzo,
pesi, e i bislunghi pippoli di vena
portano, due di loro uno di quelli;
fanno le veccie di tra il biondo miglio,
poi fanno il miglio minimo, poi vanno.
E resta a te la polvere di semi,
di cui ciascuno dal suo nulla esprima
un lungo stelo e il molle fior del sonno.
E il molle sonno tu lo chiami, o Psyche,
dacché di quelle voci una, la voce
che non t’ama e ti sgrida aspra, ti disse:
"Vil fanticella, prendi questa brocca
e va per acqua al nero fonte; al fonte
di cui sgorga l’oscura onda, sotterra,
al fiume morto. Esci per poco, e torna."
E tuo mal grado, o schiavolina, andasti
con la tua brocca di cristallo al fonte;
e là vedesti, su la grotta, il drago,
l’insonne drago, sempre aperti gli occhi;
e tu chiudesti, o Psyche, i tuoi, da lungi
rabbrividendo; ed ecco, non veduto,
uno ti prese l’anfora di mano,
che piena in mano dopo un po’ ti rese,
e dileguò. Tu lentamente a casa
tornavi smorta, e con un gran sospiro,
apristi gli occhi, e nel cristallo puro
tu guardasti l’oscura acqua di morte,
e vi vedesti il vortice del nulla,
e ne tremasti. E Pan allora un dolce
canto soffiò nelle palustri canne,
che tu piangesti a quel pensier di morte
come piangevi per desìo d’amore:
lo stesso pianto, così dolce, o Psyche!
Ma pur ne tremi, o Psyche, ancora, e mesta
invochi il sonno, perché a te nasconda
quell’altro sonno, che non vuoi, più grande!
Ma delle voci di cui tu sei schiava,
quella che t’ama e ti consola a parte,
ecco che ti favella e ti consola:
"Povera Psyche, io so dov’è l’Amore.
Oh! l’Amore t’aspetta oltre la morte.
Di là, t’aspetta. Se tu passi il nero
fiume sotterra, troverai l’Amore.
Tremi? C’è un vecchio, vecchio come il tempo,
che tutti imbarca, e non fa male a Psyche!
E c’è un cane, oltre il fiume, che divora
ciò ch’è di troppo, e non fa male a Psyche!
Pallida Psyche, prendi tra le labbra
che sembrano due petali appassiti
di morta rosa, un obolo, e leggiero
tienlo, così, che te lo prenda il vecchio,
né tu lo senta; e chiudi gli occhi, e dormi.
E prendi una focaccia, anche, col miele
e col mite papavero, e leggiera
tienla, così, che te la prenda il cane,
né tu lo senta; e chiudi gli occhi, e dormi.
Appena desta, rivedrai l’Amore."
Tu la focaccia prendi su, col miele,
tu chiudi nelle labbra scolorite
l’obolo; e non so quale alito lieve
ti porta via. Per dove passi, un’ombra
passa, non più che d’ali di farfalla.
Ma tu non dormi; e lievemente il vecchio
ti prende il piccolo obolo di bocca;
ma tu lo senti, e senti anche la rauca
lena del vecchio rematore, come
se alcuno seghi il duro legno, e come
se alcuno picchi su la putre terra;
anche senti un latrato, solitario;
e tremi tanto, che di man ti sfugge
ah! la focaccia, e fa un tonfo nell’acqua
morta del fiume. Ed anche tu vi cadi,
cadi nel queto vortice del nulla.
Ma Pan il gregge pasce là su l’orlo
del morto fiume. Non udivi il suono,
là, della vita? Tremuli belati
e cupi mugli, il gorgheggiar d’uccelli
tra foglie verdi, e sotto gravi mandre
lo scroscio vasto delle foglie secche.
E ti cullava nella vecchia barca
un canto lungo, che da te più sempre
s’allontanava sino a dileguare
nella dimenticata fanciullezza.
Pan! era Pan! Egli ti porge un braccio
ispido, e su ti leva intirizzita,
gelida, o Psyche; immemore; e ti corca
nuda così, lieve così, nel vello
del suo gran petto, e in sé ti cela a tutti.
Quali alte grida là dal mondo! Quali
tristi lamenti intorno alla tua casa,
d’argilla, o Psyche, donde più non esce
il tenue fumo, alla tua casa vuota
di cui sparve il celeste alito in cielo.
Ti cercano le genti, o fuggitiva.
O Psyche! o Psyche! dove sei? Ti cerca
nel morto fiume il vecchio che tragitta
tutti di là. Ti cerca, acre fiutando,
dall’altra riva il cane che divora
ciò ch’è di troppo. Tutti, o Psyche, invano!
O Psyche! o Psyche! dove sei? Ma forse
nelle cannucce. Ma chi sa? Tra il gregge.
O nel vento che passa o nella selva
che cresce. O sei nel bozzolo d’un verme
forse racchiusa, o forse ardi nel sole.
Ché Pan l’eterno t’ha ripresa, o Psyche.
poesia di Giovanni Pascoli da Poemi conviviali (1904)
Aggiunto di Simona Enache
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Vita fedele alla vita
La città di domenica
sul tardi
quando c'è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l'umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull'asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all'infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.
poesia di Mario Luzi
Aggiunto di Simona Enache
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L'amore è sempre stato la forza trainante di tutta la nostra esistenza, dobbiamo esserne grati e viverlo fino alla fine con dinita’.
Camelia Oprița in Casa dolce casa (30 agosto 1997)
Aggiunto di Alessandro
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Prof. Arronax: Voi amate il mare, capitano?
Nemo: Sì! L'amo! Il mare è tutto. Copre i sette decimi del globo terrestre. Il suo respiro è puro e sano. È l'immenso deserto dove l'uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un'esistenza soprannaturale e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l'infinito vivente, come ha detto uno dei vostri poeti. Infatti, professore, la natura vi si manifesta co i suoi tre regni: minerale, vegetale, animale.
replica da Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne (1982)
Aggiunto di Simona Enache
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A mia moglie
Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.
poesia di Umberto Saba
Aggiunto di Simona Enache
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Alla base dell'assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche del tabacco e dell'alcol, c'è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c'è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita.
Umberto Galimberti in L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani (2007)
Aggiunto di Simona Enache
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Un riformatore poiché non mise che un solo malato per ciascun letto; egli fu il primo che pensò a dividere i malati in categorie; fu insomma il creatore dell'ospedale moderno; fu il primo a fondare il Workhouse aprendo nel suo ospizio una casa, dove i poveri senza tetto e i viaggiatori senza denari potevano dormire.
Cesare Lombroso in L'uomo di genio in rapporto alla psichiatria, alla storia ed all'estetica (1894)
Aggiunto di Simona Enache
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Per secoli in conflitto mortale è stato portato fra uomini e donne coraggiosi di pensiero e di genio, da un lato e dall'altro lato dalle grandi masse ignoranti e religiose. Questa è la guerra fra Scienza e Fede. I pochi hanno fatto appello alla ragione, all'onore, alla legge, alla libertà, alla conoscenza ed alla felicità qui in questo mondo. I molti hanno fatto appello al pregiudizio, alla paura, ai miracoli, alla schiavitù, allo sconosciuto ed alle conseguenti miserie. In pochi hanno detto "Pensa", in molti hanno detto "Credi".
Robert G. Ingersoll in Gli Dei (1872)
Aggiunto di Simona Enache
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L'ora nostra
Sai un'ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l'ora che intensa è l'opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle mole quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell'aria serena.
È l'ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d'aspetti in sua bella unità;
l'ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, gli artieri in cima all'alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell'atto, tutto questo andare
ha una parvenza d'immobilità.
È l'ora grande, l'ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.
poesia di Umberto Saba
Aggiunto di Simona Enache
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