Ottobre
Il mio core è a te daccanto,
Il mio core qui non è:
M'empie gli occhi a un tratto il pianto,
E non so non so perché.
poesia di Giovanni Alfredo Cesareo (1883)
Aggiunto di Simona Enache
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Citazioni simili
La famiglia è la Patria del core.
Giuseppe Mazzini in Doveri dell'uomo
Aggiunto di Simona Enache
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Occidentali
Un odor soave e forte
Ansa, a tratti, dà giardini:
Trema, in fondo a qualche corte
Un ronzio di mandolini.
Oggi ho il core tanto lieto
Che non sembra più quel core:
Brilla e ride in suo segreto
E si chiede: amore? è amore?
Io ti giuro ch' è questa, è questa, è questa
La sola mèta ch' al mio corso io bramo:
Nelle tue bracia reclinar la testa
E mormorar su la tua bocca: t'amo.
Il tè di Russia ancor fumante odora
In tazza di cinese porcellana;
Ma voi site lontana,
E il tè mi di raffredda, o mia signora.
Svampano rossi i ciocchi a ora a ora
Mentre abbrivida fuor la tramontana;
Ma voi site lontana,
E il fuoco mi si spegne, o mia signora.
Ansio il cuore s'affretta a voi che adora
Come uccel sitibondo alla fontana;
Ma voi site lontana,
E il tè mi di raffredda, o mia signora.
Quand'io baciavo, pallido d'ebbrezza,
I vostri polsi fragili e rotondi,
E sussultavo sotto la carezza
Dè vostri occhi profondi,
Voi dicevate: Io t'amo tanto, sai,
Tanto! ma tu mi scorderai fra poco!
E piangevate, quasi. Io non pensai
Che faceste per gioco.
poesia di Giovanni Alfredo Cesareo
Aggiunto di Simona Enache
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La costanza, tiranna del core, detestiamo qual morbo crudele, sol chi vuole si serbi fedele; non v'ha amor, se non v'è liberta.
Giuseppe Verdi in Rigoletto (1851)
Aggiunto di Simona Enache
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La donna è mobile
La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d’accento – e di pensiero.
Sempre un amabile,
Leggiadro viso,
In pianto o in riso, – è menzognero.
La donna è mobil
Qual piuma al vento
Muta d’accento e di pensier!
È sempre misero
Chi a lei s’affida,
Chi le confida – mal cauto il core!
Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno – non liba amore!
La donna è mobil
Qual piuma al vento
Muta d’accento e di pensier!
canzone interpretata di Enrico Caruso, musica di Giuseppe Verdi, versi di Francesco Maria Piave da Rigoletto (11 marzo 1851)
Aggiunto di Dan Costinaş
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Di se stesso all'amata
Così gl'interi giorni in lungo incerto
Sonno gemo! ma poi quando la bruna
Notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
E il freddo aer di mute ombre è converto;
Dove selvoso è il piano e più deserto
Allor lento io vagando, ad una ad una
Palpo le Piaghe onde la rea fortuna
E amore, e il mondo hanno il mio core aperto.
Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
Ed or prostrato ove strepitan l'onde,
Con le speranze mie parlo e deliro.
Ma per te le mortali ire e il destino
Spesso obbliando, a te, donna, io sospiro:
Luce degli occhi miei chi mi t'asconde?
poesia di Ugo Foscolo
Aggiunto di Simona Enache
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I tuoi occhi
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questo fine di maggio, dalle parti d'Antalya
sono così, le spighe, di primo mattino;
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d'autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno
che gli uomini si guarderanno l'un l'altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.
poesia di Nazim Hikmet
Aggiunto di Simona Enache
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Canti II - Il primo amore
Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi.
Ahi come mal mi governasti, amore!
Perché seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desio, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t'era noia ogni contento?
Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
Ti si offeriva nella notte, quando
Tutto queto parea nell'emisfero:
Tu inquieto, e felice e miserando,
M'affaticavi in su le piume il fianco,
Ad ogni or fortemente palpitando.
E dove io tristo ed affannato e stanco
Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
Rotto e deliro il sonno venia manco.
Oh come viva in mezzo alle tenebre
Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
La contemplavan sotto alle palpebre!
Oh come soavissimi diffusi
Moti per l'ossa mi serpeano, oh come
Mille nell'alma instabili, confusi
Pensieri si volgean! qual tra le chiome
D'antica selva zefiro scorrendo,
Un lungo, incerto mormorar ne prome.
E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
Che dicevi, o mio cor, che si partia
Quella per che penando ivi e battendo?
Il cuocer non più tosto io mi sentia
Della vampa d'amor, che il venticello
Che l'aleggiava, volossene via.
Senza sonno io giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa sotto al patrio ostello.
Ed io timido e cheto ed inesperto,
Ver lo balcone al buio protendea
L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,
La voce ad ascoltar, se ne dovea
Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.
Quante volte plebea voce percosse
Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
E il core in forse a palpitar si mosse!
E poi che finalmente mi discese
La cara voce al core, e de' cavai
E delle rote il romorio s'intese;
Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano, e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com'è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.
Ned io ti conoscea, garzon di nove
E nove Soli, in questo a pianger nato
Quando facevi, amor, le prime prove.
Quando in ispregio ogni piacer, né grato
M'era degli astri il riso, o dell'aurora
Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
Anche di gloria amor taceami allora
Nel petto, cui scaldar tanto solea,
Che di beltade amor vi fea dimora.
Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,
E quelli m'apparian vani per cui
Vano ogni altro desir creduto avea.
Deh come mai da me sì vario fui,
E tanto amor mi tolse un altro amore?
Deh quanto, in verità, vani siam nui!
Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
E l'occhio a terra chino o in sé raccolto,
Di riscontrarsi fuggitivo e vago
Né in leggiadro soffria né in turpe volto:
Che la illibata, la candida imago
Turbare egli temea pinta nel seno,
Come all'aure si turba onda di lago.
E quel di non aver goduto appieno
Pentimento, che l'anima ci grava,
E il piacer che passò cangia in veleno,
Per li fuggiti dì mi stimolava
Tuttora il sen: che la vergogna il duro
Suo morso in questo cor già non oprava.
Il cielo, a voi, gentili anime, io giuro
Che voglia non m'entrò bassa nel petto,
Ch'arsi di foco intaminato e puro.
Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago,
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.
poesia di Giacomo Leopardi
Aggiunto di Simona Enache
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Ben venga maggio
Ben venga maggio
e 'l gonfalon selvaggio!
Ben venga primavera,
che vuol l'uom s'innamori:
e voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori,
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli,
ché le fiere e gli uccelli
ardon d'amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
ché non si rinnovella
l'età come fa l'erba;
nessuna stia superba
all'amadore il maggio
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
a' vostri innamorati,
rendete e cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi l'altrui core invola
ad altrui doni el core.
Ma chi è quel che vola?
è l'angiolel d'amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, a maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, feste.
Qual sarà la più presta
a dargli el fior del maggio?
- Ben venga il peregrino. -
- Amor, che ne comandi? -
- Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi,
ché gli zitelli e grandi
s'innamoran di maggio. -
poesia di Angelo Poliziano da Rime
Aggiunto di Simona Enache
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La coscienza umana ha decretato che il governo di Napoli, il governo del Papa, il governo dell'Austria in Italia hanno meritato perire. Chi vibra il colpo è esecutore di quel santo decreto. Chi si frappone, si dichiara proteggitore del male. Un grido s'innalza dal core dell'umanità per dirgli: lasciate passare la giustizia di Dio.
Giuseppe Mazzini in A parole chiare risposta chiara
Aggiunto di Simona Enache
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La realtà: messa lì apposta perché ci si inciampi.
aforisma di Marcella Tarozzi da D’un tratto (2006)
Aggiunto di Simona Enache
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A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l'andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l'usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica.
citazione di Eligio di Noyon
Aggiunto di Simona Enache
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L'amore
Che hai, che abbiamo,
che ci accade?
Ahi il nostro amore È una corda dura
che ci lega ferendoci
e se vogliamo
uscire dalla nostra ferita,
separarci,
ci stringe un nuovo nodo e ci condanna
a dissanguarci e a bruciarci insieme.
Che hai? Ti guardo
e nulla trovo in te se non due occhi
come tutti gli occhi, una bocca
perduta tra mille bocche che baciai, più belle,
un corpo uguale a quelli che scivolarono
sotto il mio corpo senza lasciar memoria.
E che vuota andavi per il mondo
come una giara di color frumento,
senz'aria, senza suono, senza sostanza!
Invano cercai in te
profondità per le mie braccia
che scavano, senza posa, sotto la terra:
sotto la tua pelle, sotto i tuoi occhi,
nulla,
sotto il tuo duplice petto sollevato,
appena
una corrente d'ordine cristallino
che non sa perché corre cantando.
Perché, perché, perché,
amore mio, perché?
poesia di Pablo Neruda da Venti poesie d'amore e una canzone disperata (1924)
Aggiunto di Simona Enache
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Sonetto 47
I miei occhi e il cuore son venuti a patti
ed or ciascuno all'altro il suo ben riversa:
se i miei occhi son desiosi di uno sguardo,
o il cuore innamorato si distrugge di sospiri,
gli occhi allor festeggian l'effigie del mio amore
e al fantastico banchetto invitano il mio cuore;
un'altra volta gli occhi son ospiti del cuore
che a lor partecipa il suo pensier d'amore.
Così, per la tua immagine o per il mio amore,
anche se lontano sei sempre in me presente;
perchè non puoi andare oltre i miei pensieri
e sempre io son con loro ed essi son con te;
o se essi dormono, in me la tua visione
desta il cuore mio a delizia sua e degli occhi.
poesia di William Shakespeare
Aggiunto di Simona Enache
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Epitaffio
Qui sono io
Un solitario,
Dal riso amaro
E che ha sempre pianto.
Col mio aspetto
Dovevo morire,
Perché a tutti
Sembravo sospetto.
poesia di George Bacovia (1930)
Aggiunto di Dan Costinaş
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Io che passo dal tristo scalpello anatomico alla fredda e severa analisi della storia, mi sento tratto, tratto scappare il proponimento inamovibile e mi vien voglia di abbandonare la vita del pensiero per quella del poeta.
Cesare Lombroso in lettera a Ettore Righi (1854)
Aggiunto di Simona Enache
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Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali, per quanto maestose e imponenti siano.
citazione di Vincent Van Gogh
Aggiunto di Simona Enache
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Ciò che aveva sempre agognato, e cioè che gli uomini lo amassero, nel momento del suo successo gli era intollerabile, perché lui stesso non li amava, li odiava. E d'un tratto seppe che non avrebbe mai tratto soddisfazione dall'amore, bensì sempre e soltanto dall'odio, dall'odiare e dall'essere odiato. Ora avrebbe voluto estirparli tutti dalla terra, quegli uomini stupidi, puzzolenti, erotizzati, proprio come un tempo, nelle contrade della sua anima nera, aveva estirpato gli odori estranei. E si augurava che essi sapessero quanto li odiava, e che per questo, per questo suo unico sentimento vero mai provato, ricambiassero il suo odio e lo estirpassero a loro volta.
Patrick Suskind in Il profumo (1985)
Aggiunto di Simona Enache
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Lontano dall'oggetto amato, sembra che quanto più vivo è il nostro affetto, tanto più diventiamo padroni di noi stessi, poiché tutta la forza della passione, che si esplicava all'esterno, s'effonde ora interiormente; ma quale brusca rivelazione ci strappa da un simile errore, non appena quello a cui credevamo di poter rinunciare si ripresenta a un tratto ai nostri occhi e lo sentiamo indispensabile.
aforisma di Balzac
Aggiunto di Isabela Lupascu
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Elegia I
Quando, uomini e Dei vincendo, Amore,
Con la sua fiamma, mi bruciava il cuore,
A me, con la sua cruda furia ardendo
Il sangue e le ossa, e lo spirito e i sensi,
Ancora io non avevo tal sapienza
Per esprimer la mia sofferenza;
Né ancora Febo, che ama i Lauri verdi,
Mi aveva dato di comporre versi.
Ma adesso, che il furore suo divino
Empie d’ardore il mio spirito ardito,
Cantar mi fa, non le tonanti frecce
Del Padre Giove, e non le crude guerre,
Con cui Marte tormenta l’Universo;
La lira mi ha donato che ai bei versi
Dell’Amore già in Lesbo dava canto:
Così adesso al mio Amore darà pianto.
Dolce archetto, la mia voce addolcisci,
Che pur potrebbe spezzarsi e inasprirsi,
Narrando tante dolorose cure,
Ansie, disdette, avversità, sventure.
Tempra l’ardor da cui il mio cuore tenero,
Fu un dì, bruciando, quasi fatto cenere.
Già ne avverto un pietoso ricordare,
Che costringe il mio occhio a lacrimare.
Mi par di risentire i primi allarmi,
Che ebbi da Amore un dì, già vedo le armi,
Di cui si armò venendo a darmi assalto.
Erano gli occhi miei, da cui lanciavo
Molti strali, a chi troppo mi guardava,
E al mio arco abbastanza non badava.
Ma quei miei strali gli occhi mi han disfatto,
Esempio di vendetta esser mi han fatta.
Burlandomi, al vedere l’uno amare,
L’altro d’Amore struggersi e bruciare;
Al veder tante lacrime disperse,
Tanti sospiri e vane preci perse,
Non mi accorsi che a un tratto mi ammalavo
Del male che negli altri io biasimavo;
Che mi trafisse con tal furia ardita,
Che da gran tempo ancor non son guarita;
Sicché adesso, di nuovo, sono spinta
A rinfrescar con rinnovato pianto
Gli antichi mali. O Dame che leggete,
Con me, dei miei rimpianti, sospirate.
Forse un giorno io farò la stessa cosa:
La vostra voce aiuterò, pietosa,
Le vostre pene, gli affanni a narrare,
E il tempo perso invano deprecare.
Pur se serbate in cuore un tal rigore,
Può un giorno Amore uscirne vincitore.
E più sarete state a lui nemiche,
Peggio farà, sentendovi asservite.
Non pensate che sian da biasimare
Quelle che Amore ha fatto un dì infiammare.
Altre, oltre noi, pur con la lor grandezza,
Han sofferto amorosa sofferenza;
Cuore altero, bellezza, alto lignaggio,
Non le hanno preservate dal servaggio
Del duro Amore; le anime più eccelse
Ne son più presto e strettamente prese.
Semiramìs, Regina celebrata,
Che distrusse con la sua forte armata
Le nere squadre delle truppe Etiopiche,
E ai suoi mostrando un esempio lodevole,
Con la sua fiera spada, fra i nemici,
Faceva il sangue scorrer dei più arditi,
E ancora poi volendo conquistare
Tutti i vicini, o a lor battaglia dare,
Incontrò Amor, che in tal modo la prese,
Che, lasciando armi e leggi, ella si arrese.
Non meritava almeno la regale
Sua dignità di aver sorte men grave
Che amar suo figlio? O tu, di Babilonia
Regina, ov’è il tuo cuore atto alla guerra?
Dove è mai quello scudo, dov’è il brando,
Con cui vincevi il guerriero più audace?
Dove hai messo il cimiero tuo marziale,
Che l’oro della chioma ti adombrava?
Dov’è la spada, dove la corazza,
Con cui rompevi la nemica audacia?
Dove sono fuggiti i tuoi corsieri
Trainanti in furia il carro alla vittoria?
Presto ti ha vinta un debole nemico?
Presto ha spezzato il tuo cuore virile,
Sì che dell’armi ogni piacere hai perso,
Ma sola langui stesa nel tuo letto?
Messo hai da parte le asprezze marziali,
Per ritrovar le gioie coniugali.
poesia di Louise Labe da rivista: L’opera di Louise Labé Lionese, traduzione di Budini Paolo
Aggiunto di Simona Enache
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Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c'è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti… non può essermi dunque nemico.
Gunter Grass in Il tamburo di latta (2009)
Aggiunto di Simona Enache
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